giovedì, dicembre 25, 2003

Luoghi comuni

Suono al suo citofono, e ovviamente, è proprio lei a rispondermi, e io con la fretta della neve sciolta al sole dico: "ti prego, fammi salire, fammi salire..." e tra i puntini di sospensione ci metto anche dei lunghi respiri affannati. le troppe sigarette rendono il mio respiro già rumoroso di suo, se poi lo faccio di proposito, sembra quasi che un toro mi abbia rincorso per 300 km, ma io non mi son fatto prendere.
"O sì... ti faccio entrare": prevedibile, oserei dire; "Terzo piano". Perfetto, faccio i gradini a 4 alla volta, così poi veramente mi viene il fiatone... un fiatone pazzesco, e anche un paio di goccioline di sudore freddo sulla fronte... e poi sono letteralmente perfetto.

L'ho conosciuta in un locale un paio di sabati fa: ero con Marcello e sua moglie Michela. Dopo il lavoro ci siamo andati a prendere una birra, e Michela ha insistito per passare a prendere una sua collega, cioè lei. Lei è laureata da poco, è molto preparata, studia notte e dì e si è laureata col massimo dei voti, vive da sola, dice di avere una bella casetta accogliente e molto zen, sa cucinare, ascolta musica pop inglese elton jhon, robert wyatt, sa chi è joni mitchell e dice di essere una grande estimatrice di jean michel jarre.

Salgo di fretta e lei fa giusto in tempo a vederemi affannato sullo stipite della porta, e mi chiede, con un sorriso che subito diventa punto interrogativo "che cosa ti è successo?"... io non parlo, parlo poco... dico solo poche parole come "è pazzesco... non riesco a dirtelo... è tutto pazzesco...". lei che fa? si prende amorevolmente cura di me?!? io mi guardo intorno e noto l'arredamento: tutto è estremamente universitario: il tavolo tondo col vetro lucido, lo scaffale pieno di libri dell'adolescenza, siddartha, il piccolo principe, un libro di poesie di neruda, narciso e boccadoro, no logo, la biografia di jim morrison, un libro di quadri del botticelli, e infine, l'immancabile raccolta di smemoranda deformate e imbottite. "Mio dio... questa ragazza è un luogo comune..." penso tra me.

Al pub, diceva di essere single, ma non l'ha detto subito, l'ha detto dopo che Marcello le chiese del suo ex. per un attimo mi sono chiesto se i miei due amici avessero in un certo senso combinato l'incontro... forse si, forse no. sta di fatto che alla fine della serata ci siamo scambiati i numeri di telefono conla scusa di un film che io ho e che lei non ha mai visto. il film in questione è, adesso lo so che mi prenderete in giro, nientepopòdimeno che "aggiungi un posto a tavola", il musical italiano con jhonny dorelli nella parte del prete... mamma mia, a forza di vederlo si è rovinato il nastro... ma si può ancora godere di tale capolavoro.

"non puoi neanche immaginare che cosa è successo..." cerco spunti per farla parlare, e lei abbocca. "Ma su dimmi, che cosa ti è successo? sei stanco? vuoi del thè? ho un thè bianco colombiano che mi ha portato un mio amico della korea che è delicato... accendo un po' di incenso, così scacciamo questa negatività, vuoi mettere un po' di musica? vuoi fare un bagno... che c'è? perché mi guardi così?"... in effetti la fissavo, aveva una gonna larga e lunga, molto freak tutta colorata e sbrandellata come piace ame, è evidente che non aspettava visita e non aveva nemmeno intenzione di uscire questo pomeriggio... "non ho voglia di parlare, almeno dopo quello che mi è appena successo... e abbozzo una lacrimuccia sulla guancia a mo di cane randagio, ragazzo di strada alla rokes. "vuoi che andiamo in cucina?"

io spesso non sono gentile con le persone nuove, sono scorbutico e stronzo, ma sta ragazzetta è strana, è buffa, fa cadere le cose e si impappina coi congiuntivi. ciò mi autorizza a trattarla male. e d'altro canto, per risposta lei si sente autorizzata fare la superiore. "ma vaffanculo," penso tra me, "mica ce l'hai solo te!" dico "guarda che ce l'hanno pure le formiche"; "e allora va a scopare con loro" risposta azzardata che per un attimo mi fa accusare e retrocedere sulla difensiva.

"sai che il mio ultimo compagno se n'è andato perché non sopportava questi cuscini? ti piacciono?". sono cuscini di seta, comodi, che cospargono tutto il pavimento del corridoio, che se ci cammini sopra puoi pure scivolare e sbattere la testa e diventare strano, e per questo mi levo le scarpe e cerco di camminare scalzo fino alla cucina evitando i cuscini di seta tailandese. in cucina prevale un immenso disegno di keith heiring, sempre lo stesso, sempre fatto a mano, sempre ricopiato... ne ho visti a chili di sti disegni... tutti retaggi dell'università e di qualche raccolta di fondi contro l'aids. sta ragazza ui, porca miseria, è un libro aperto di stronzate kitch che piacciono alle univeristarie... sul tavolo della cucina ci sono libri: ricettari per una cucina vegetariana... mi porto le mani agli occhi e cerco di soffocare una risata per farlo diventare un singhiozzo... lei non se ne accorge e mi passa la mani sulle spalle, e dice con la faccia seria "Ma deve essere qualcosa di veramente grave se non riesci a dirmelo, non ti preoccupare, io ti so capire, se vuoi riposarti..." e mi prende le mani, e poi la testa tra le sue manie i guarda fisso negli occhi rossi.

"io bevo solo birra rossa, non mi piacciono le patatine fritte, e la mgliore marijuana che ho fumato è quella calabrese", marcello mi guardava come per capire se avevamo di fronte un mostro. "e se c'è una cosa che odio è il consumismo!", e si... è un mostro, un mostro con le tette a punta.

Non riesco a guardarla negli occhi, altrimenti sbotterei a ridere..., e lei mi prende i capelli e li accarezza e mentre con una mano mi appoggia alle sue tette, con l'altra mi accarezza la nuca... e sento una semi erezione... smontata subito dalla brocca sul tavolo: la classica brocca dell'acqua delle mense universitarie: tutti gli studenti ne hanno a casa una, e tutti si vantano del fatto di averla rubata... ma la camera da letto è il top! cazzo se è il top!!! materasso basso ad una piazza e mezzo, lenzuola con colori pastello e pareti rosa! ROSA!!! cazzo, rosa! un incenso sempre acceso ha reso l'aria talmente pregna di muschio bianco e nel posacenere c'è un laccetto per i capelli e una ranocchietta di giada, che si dice, porti fortuna. c'è anche un computer, e scommetto che lo screensaver è una sua foto di quando era piccola. sul letto erano sparsi alcuni libri, e nello scaffale c'è una pila di cd masterizzati e di giochini per la playstation... mancano solo i dvd pirata e poi c'è tutto. mi siedo sul letto e mi prendo la testa nelle mani. lei si sdraia vicino a me ed accavalla una gamba... per un attimo mi ricordo che dovrei ancora avere il fiatone ed accellero il respiro, lei mi chiede ancora "cos'è successo?" e io scuoto la testa. li tace e poi dice: "io ti capisco, solo chi soffre veramente capisce chi sta veramente soffrendo"... OMMIODDIO... mi lascio andare e mi tuffo all'indietro sul letto, lei mi accarezza... e in meno di 5 minuti stiamo già scopando alla pecorina.

Prima di uscire dal pub, Marcello mi ha detto "se non ti scopi questa..." e ha fatto il segno della gola tagliata.

Lei geme e io sudo, lei gode e io ho ancora un po' di fiatone... e sopratttutto lei conosce un paio di tecniche di smorza candela che per un attimo mi lasciano davvero senza fiato. dopo un oretta giaciamo sul letto... lei mi accarezza i capelli. ad un tratto mi squilla il cellulare, un sms. scatto in piedi e lo leggo e dico: "oh merda!!!". mi rivesto in fretta e lei non capisce, quelle come lei, fanno sempre finta di non capire. mi rivesto e cerco la strada per uscire il più veloce possibile... Lei non capisce e cerca di seguirmi nei movimenti e si fa le classiche domande: "ti è piaciuto? ci vediamo? mi chiami tu? ma chi ti ha detto dove abitavo? fammi sapere se posso aiutarti..."
IO scappo... col sorriso sulle labbra, cosciente del fatto di aver appena scopato un luogo comune, con una scusa altrettanto banale. e tra parentesi, l'sms era del mio meccanico: la macchina è pronta e posso andare a ritirarla domani.



Scritto e non riletto da: ostelinus alle ore 15:09 - commenti (5)
domenica, dicembre 14, 2003

L'unico eroe

Camarillo, come al solito, era pronto per andare in scena. La capigliatura era posizionata in modo che uno specchio risultasse con le sfumature viola e che sulla sua nuca fossero accennate le punte dorate. Ma dal palco nessuno le avrebbe notate che con le luci basse e con i fumi dell'alcol reattivi a malapena si distinguono le catene o gli anfibi. Saranno state le dieci di sera (probabilmente di mattina: quando sei chiuso in un camerino in attesa di fare il tuo spettacolo è importante solo una cosa: concentrarsi e spaccare il culo agli uccellini) e niente sembrava più stressante di una voce pre-registrata che passava di porta in porta a gridare "cinque minuti". Sembrava tutto ovattato, e se non fosse che Camarillo avesse aspirato profondamente per l'ultima volta dalla pipa che precedentemente aveva preparato, giurerebbe di essere nervoso. Insomma: aveva pochi impegni per quella serata, doveva come al solito comportarsi da rock star con tutti i suoi pregi e difetti: per amor di quattrini bisogna essere disposti a tutto, anche a vendersi. E il caparbio Camarillo sapeva tutto ciò, l'aveva capito circa un mesetto prima: prima aveva in testa progetti, aspirazioni, voglia di fare qualcosa che gli aveva letteralmente strappato tanti anni di vita, che gli aveva regalato un fisico da anoressico e le palpebre sempre più scure, tre dischi di platino appesi nelle pareti di casa, un'assuefazione controllata di marijuana e di cocaina e tanti giri di basso da comporre ancora.
- Allora che lavoro fai, figliolo?
- Sono pagato per drogarmi, mamma!
Avrebbe sempre voluto rispondere così nelle interviste dei parenti, almeno le uniche che partono dal presupposto che non gliene frega molto di sapere tutto di te. "Tra due minuti"… il bimbo inutile con le cartelline delle scalette e delle battute da improvvisare strillava: strillava come un brufolo esploso.
Camarillo abbozza un sorriso e non si regge in piedi, i pantaloni scuri sono inquadrati di tre quarti dallo specchio e la magliettina extralarge viola psichedelico da tirare al pubblico profuma disperatamente di ganja. Un ultima ritoccata ai capelli e poi via tra le altre celebrità: stasera ci si guadagna la pagnotta.
Non si regge in piedi, non riesce neanche a ricordarsi le parole del suo discorso: nel pomeriggio è entrato un tizio coi capelli color platino e, dandogli del lei, ha lasciato un fogliettino elegantemente piegato sulle corde del basso: Camarillo lo prese e lo stropicciò un poco senza
neanche leggerlo: avrebbe improvvisato.
Non si fidava a lasciare le sue droghe nel camerino, e cercò un modo per non essere notato. Si mise tutto in tasca e lasciò dentro solo le cartine con la speranza di potersele ritornare a prendere.

Nel corridoio c'è più fumo che in camerino, un polverone che ti da fastidio alla gola e che ti sembra di vomitare, ma il trucco è rimanere in piedi. Ma perché solo lui doveva esserci stasera? Perché non hanno invitato a parlare anche quelli del suo gruppo? Perché non fare una figura di merda al completo? Perché solo Camarillo deve fare l'ipocrita?
- Ciao mamma, lo sai che oggi mi hanno dato dieci milioni solo per dire una frase?
- Quando entri in comunità di recupero, figliolo?

Le altre celebrità si danno la carica a vicenda e si augurano di fare un'altrettanto degna esibizione, tutti mascherati di convinzione, come se fossero gli unici a capire i problemi dei giovani: il bello degli altri artisti (o pseudo-tali) è che si credono vicino ai giovani in base
a quanti dischi vendono: se vendevano centomila copie, allora il pubblico era un potenziale tuo strumento per dire verità ma per il momento erano solo una merda; se ne vendevano novecentomila, allora erano i profeti dei giovani, a prescindere dai capelli lunghi o striati, se cantavano canzoni in quattro/quarti oppure saltavano sul palco inutilmente. E questi grandi profeti stasera erano riuniti in un solo tempio. Camarillo dovrebbe essere il primo della lista: playback programmato e folle in delirio.

Si avvicinano al rallentatore anche Faber chitarra e Jonas batteria. Sguardi reciprochi, risate e sbuffi prolungati alla faccia del buon senso comune. E pensare che furono proprio loro ad aver accettato di gran slancio di partecipare a questa campagna.

Si sentono urla all'orizzonte. Luci blu fanno schiamazzi notturni e qualche "vaffanculo" vaga nell'aria, le persone sono accalcate e gridano in maniera asincrona ognuno una canzone a caso. Camarillo cerca di concentrarsi ancora un po', vuole a tutti i costi individuare una voce di qualcuno che dice qualcosa.
"Su su… in scena!" il bimbo inutile spinge. Camarillo, Jonas e Faber sono ormai sputtanati davanti a quindicimila spettatori, un urlo con diversi toni e vari applausi commentano la loro entrata. Le luci sono bianche e alte sulle loro facce, la marijuana finalmente comincia ad esplodere dentro le vene: ora sorridono e si inchinano (Jonas si sbilancia).
- Volete dire qualcosa a questi ragazzi?
- Si: mi raccomando ragazzi: la vita è una sola. Ed è inutile che vi
dica che è troppo preziosa per essere sprecata con la droga!

Applausi. Scroscianti. Lacrime di commozione partono dalle platee e persone si convincono davvero che Camarillo abbia detto la Verità. L'idolatria è la peggior droga.

Parte la base, e Camarillo non ha neanche inforcato il basso, gli altri stanno in posizione e muovono svogliatamente leggeri le braccia e la testa. La sua testa ha già cantato mezza canzone e se fosse per lui se ne sarebbe andato da un pezzo.
"E se stasera morisse tutto il mondo/ finalmente sarei giocondo/
camminerei tra la gente/ con lo sguardo convincente/ di essere il
migliore/ l'unico rimasto, l'unico eroe".
Ritornello completamente idiota: ma la folla era in delirio, non aspettava che sentire quella frase idiota, saltare su quella frase idiota, smettere di drogarsi per quella frase idiota. La folla è idiota.
- Forse dovremmo smettere di drogarci sul serio.
- E perché? Perché debbono vincere loro?

Camarillo e i due si allontanano per strada, non hanno meta e sono lontani dalla loro abituale zona di giri. Hanno la macchina e le loro fidanzate sono lontane, a casa. Le uscite di servizio sono vuote e si riempiranno di bigliettini da firmare solo alla fine del concerto, ma non per loro che già ne saranno fuori. Si allontanano allora nel buio delle strade della città, le giacche di pelle hanno i colletti in su per coprire metà delle loro chiome colorate e per lasciare spazio agli occhiali scuri. Inutili precauzioni, sarebbero riconosciuti lo stesso, ma almeno si lasciano un po' andare all'idea di essere degli idoli minori, delle fotografie da tenere nel diario.
- Che vita di merda! Avere il portafogli sempre pieno dopo un po' dà
fastidio.
- Più che altro dà noia.
- Se non fosse per il portafogli sempre pieno, ci dovremmo sbattere come
tutti gli altri per campare. E a me non va.
- È bella la vita quando la vivi in discesa
- Certo che è bella, ho tutto quello che voglio.
- Per esempio: stasera è bastato che dicessimo una bugia e ci hanno dato
i soldi che mio padre guadagnava in tre mesi…
- Infatti si…
- Infatti si.

Tre ragazze si avvicinano. Sorridenti ma stranamente sicure di quello che stanno facendo.

Camarillo si passa la mano tra i capelli e non se li sente più. L'ultima volta che si era passato le mani nei capelli ricorda che Serena aveva aperto la porta di casa e che ci aveva spinto, ridanciana, loro tre artisti, ridanciani anche loro, e che dopo un po' si trovava in un salone a leccare la colla delle cartine per degli spinelli mentre Simona e Sandra ridevano guardandosi gli occhi nello specchietto per le strisce; Jonas e Faber, le toccavano come se fossero delle bolle di
sapone. Lo stanzone ora non ha più pareti, e c'è solo una musica deliziosa di sottofondo, musica anni 70, quando le chitarre sapevano suonare. Una casa senza dubbio carina, una tana piacevole di chi sa studiare all'università lontano da casa propria. Poster e fotografie e cartelloni e fiori secchi.
Per quale motivo Camarillo dovrebbe farsi prendere dagli scrupoli morali? Perché non si deve approfittare mai delle situazioni? Bacia Serena e lei comincia ad accarezzare i suoi pantaloni di pelle nera.
Fumano e tirano a turno. Poi ognuno si divide in due in altre stanze. Camarillo e Serena rimangono dove sono: ai piedi di un divano rosso bordeaux con lo stereo che sfarfalla a basso volume, senza scarpe e con le patte dei pantaloni sbottonate, sorrisi tossici di entrambi e consapevolezza del fatto che si erano lasciati andare ancora una volta. Camarillo e Serena si guardano negli occhi e cominciano a fare l'amore. Per terra, tra specchi bianchi, sigarette aperte in due, filtri
bruciacchiati e tra bustine di carta d'alluminio.
Esito più che prevedibile per la serata per questa giovane rock star e per il suo gruppo, e sono appena le undici e tre quarti.





































Scritto e non riletto da: ostelinus alle ore 13:00 - commenti (5)
venerdì, dicembre 12, 2003

[Piccola premessa: il seguente racconto è stato scritto molti anni fa, poco dopo aver scritto Jaco Nella Balena. Reiesumando questo "ricordo" mi sono venute in mente tante persone che non sento più da un sacco di tempo o che sento sporadicamente. se ce la fate, leggete tutto d'un fiato... sennò un pezzo per volta.]

Ricordi

Ricordi per caso l'ultima volta che ci siamo detti che eravamo soltanto amici e basta, che cosa è successo poi? È un po' difficile ricordarsi la situazione frammento per frammento ma io la ricordo benissimo… c'ho messo tutto questo tempo per capirla ed impararla e le voglio tantissimo bene.
Sicuramente ricorderai anche quando io per la prima volta ti telefonai.
Era esattamente cinque giorni dopo il mio compleanno, in piena estate col sole che picchiava fino  a far scomparire quasi per sempre la luna dai tuoi pensieri. Ricordo bene che ne erano passati cinque perché quel giorno fu la prima volta che tu componesti il mio numero. Scelsi apposta di far passare cinque giorni per chiamarti che così avevo la scusa per risentire la tua voce timida e ancora ignara dei miei sentimenti. Io, scemo come pochi, smaniavo dalla voglia di risentirti ma mi ero imposto di far passare un po' per farlo che non volevo subito dare l'impressione di quello che in realtà ero… e se tu mi capisci e mi intendi, sai a cosa mi riferisco. Ti ricordi? Quando mi telefonasti il giorno del mio compleanno ti rispose mio fratello, l'energumeno cattivo cattivo, come amavi deriderlo per le sue braccia sempre rotte e per il sorriso da tappo masticato delle penne bic. Ti sei sentita trattata male dalle sue parole magnetofoniche e ti stavi quasi convincendo del fatto che anche io ero una sorta di stronzo telefonico senza nessuna pietà per chi stesse per farmi i più sentiti auguri. Ma non lo sono mai stato. Con te, mai. Con gli altri forse… Mi sono poi impossessato della cornetta e mi sentivo ultra felice e molto diciannovenne adesso che tu mi cantavi Eppi-bordei-tu-iu come fece molto tempo fa M. Monroe al presidente Chennedi. Adesso si che aveva senso avere diciannove anni. Tu ridevi molto e mi sembrava di poter vedere il bianco dei tuoi denti fondersi in una simulazione sonora captabile solo dal timpano ultrasensibile del mio cuore. Eravamo già felici da allora… io per lo meno lo ero. E immagino ch'anche tu lo sia stata, per pochissimi secondi almeno lo sei stata. Ne sono sicuro. Anche perché preferisco immaginarlo così ché purtroppo ormai non lo potrò sapere mai più. I tuoi segreti non sono più segreti da custodire nei miei ricordi. Sono segreti che preferisco modificare a mio piacimento e raccontarmeli ogni volta in maniera diversa… come uno dei tanti segreti di cui sono autoconvinto è che ti manco tantissimo… ma è solo una delle tante illusioni che mi hanno dato prima di nascere nel limbo delle casualità.
Mi accarezzasti la prima volta quando insieme andammo a fare un graffito, il tuo primo graffito ma non il mio, eri bellissima come quando insieme siamo andati in giro per librerie e per metropolitane.
Pioveva quel giorno, ricordi?, e io, che di solito mi mettevo i pantaloni più larghi del mio ego super-obeso, mi ero messo i pantaloni stretti e una maglietta lunga per non fare brutta figura al tuo abbigliamento che di solito era di pantaloni anticipanti di molti mesi la moda dell'estate o dell'inverno stretti e consumati vicino al tacco delle tue Doctor's Martin; ma quel giorno tu ti sei presentata con un paio di pantaloni larghi e una canottiera viola molto estiva e sensuale proprio per non fare brutta figura… questi sono tutti piccoli segni premonitori per i sviluppi con cui ho amato la nostra storia… eri vestita allo stesso modo quando per la prima volta hai preso le bombolette in mano e mentre io mi sentivo padrone di guidare dove e come avrei meglio voluto quelle armi gassose, tu le guardavi e mi guardavi e io mi accorgevo dei tuoi sguardi coperti dalle tue lenti cariche di imbarazzo. Io ti guardai e ti dissi con tono un po' duro e di uno che non ha tempo da perdere "Vuoi dipingere? Si-o-no?" tu non rispondesti niente e cominciasti a far pressione con l'indice sul super-fat arancione, e anche se quelli erano i tuoi primi tratti illegali erano perfetti, compatti e non colava neanche uno schifo di goccia di vernice dai tuoi passaggi. Scrivemmo il tuo nome e quando lo taggasti ci scrivesti anche le dediche: io leggevo che lo dedicavi to: una tua amica e poi a me. Dopo mi hai guardato dicendo che i nomi nelle dediche non le avevi messe in ordine di importanza. Mi sorridevi sempre quando ti stavo di spalle oppure quando distoglievo lo sguardo dalle tue guance troppo morbide e belle. Me ne accorgevo sempre perché sentivo il suo rumore, o il suo suono. Difficilmente sono riuscito ad immaginare il suono, o il rumore di un sorriso e il tuo era molto ritmato, gradevole, quasi soft se paragonato alla confusione caotica dei nostri sguardi che per pudore e vergogna difficilmente si incontravano. Ti avrei voluto, in quel momento, abbracciare tanto forte da piangere e dirti di non sprecare tempo che di tempo ne avevamo poco. Fui zittito da una tua carezza e da un tuo tentativo strozzato di darmi un bacio sulla guancia. Io lo capii
e non dissi niente. Te lo ricordi quanto eri bella, alla luce di quel sole davvero convincente e rotondo? Era estate piena e per un po' non ci siamo visti. Tu mi scrivevi lettere e cartoline da tanti posti diversi e io ti rispondevo sempre sedentariamente sul mio letto che all'occorrenza diventava scrivania e ti scrivevo, ti scrivevo tantissimo e mischiavo tanti discorsi e li concludevo tutti a metà urlandoti che Ti voglio bene… ma tanto già lo sai. Ti voglio bene… tanto già lo sai. Ricordi per caso cosa ti dicevo quando mi parlavi della tua vita scolastica? Ti cantavo sempre una canzone diversa, una volta di Guccini, poi De Gregori, Modena City Ramblers, Giuliodorme, Daniele Silvestri, Renato Zero, Pino Daniele, i Subsonica e i Novantanove Posse. Per passare poi ai stranieri Beatles, Led Zeppelin, la colonna sonora di Jesus Christ Superstar, i Queen e raramente, ma molto raramente i Doors. A volte ero costretto a cantarmele in mente perché non mi andava di interrompere pensieri per cui tu tenevi parecchio. Mi sentivo legato da quei tuoi discorsi ma fatalmente affascinato da non poterli affatto evitare neanche volontariamente. Solo molto tempo dopo mi sono ritrovato ad amare quei tuoi odi verso la società e tutto e tutti.
Denunciavi, dall'alto dei tuoi diciassette anni ancora da compiere e da superare, l'ipocrisia del mondo che tu sentivi più vicino per ovvi motivi. Il mondo scolastico era tutto per te, prima che ci incontrassimo era davvero tutto per te, un mondo da subirlo con una rabbia insoddisfatta passiva ed avariata da chiudere in un registro di classe quando la matita rossa ti raffigurava come un voto inferiore al 5inque, e invece da festeggiare quando sulla tua Smemoranda sputtanata e commerciale da usare come diario personale occupavi un intera pagina per scrivere che avevi preso un voto superiore al 5inque con diversi colori e forme strane, con i migliori disegnini da riviste per sole adolescenti-donne. Ricordi? Sul tuo diario scrivevi solo le cose positive, o ti sforzavi talmente tanto da renderle tali e ti autoconvincevi che in realtà le cose assumono molti svariati aspetti credibili se e solo se si era capaci di interpretarle nel modo che risultava più comodo. E quindi quando vedevi un giorno di pioggia, lo consolavi giustificandolo come un motivo in più per non uscire ed evitare quindi quello stronzo-indegno-di-essere-nominato che aveva fatto un brutto affronto alla tua amica del cuore; oppure per stazionare vicino al telefono in attesa della chiamata casuale ma presentita di un amico speciale ma veramente speciale conosciuto la scorsa estate di vacanza. Sul tuo diario avresti anche scritto che a questo amico avresti parlato anche di me descrivendomi come un ragazzo si invadente ma completamente diverso dagli altri per cui nutrivi e cominciavi a nutrire un affetto speciale.
Avresti scritto solo l'iniziale del mio nome per evitare di comprometterti troppo con i tuoi compagni di classe curiosoni che passavano la ricreazione a farsi i cazzi degli altri rapinando per quindici minuti i diari degli altri; ma soprattutto non avresti voluto comprometterti con te stessa, non ti volevi ammettere quei pensieri che la notte al buio ti facevano arrossire le guance e le mani fino a farle scottare. Una volta sbirciai nel tuo diario e nella velocità con cui si fanno scorrere le pagine riuscii a leggere solo una frase che scrisse una tua probabile compagna di banco molto confidente ma non al punto di confessarle la mia esistenza con le mie avance. Tanto lo so che ti piace quello della quinta… fui capace di leggere solo questo. All'inizio pensavo di non essere io… ma poi… ero io. Ero contento di saperlo. Tu probabilmente non te lo ricordi, e come potresti? Altrimenti io non servirei più a niente, se non potessi ricordarti queste cose, a cosa potrei servire? Sarei morto anch'io, non credi? Uhmm… è così difficile a volte la realtà…
Ricordi con quanta frequenza ci sentivamo negli ultimi tempi? Più di due volte a settimana, a volte anche quattro, poi c'erano le lettere con all'interno disegni ripassati a china fatti apposta l'uno per l'altro che ci scambiavamo anche quando ci vedevamo. Tutto era molto bello e mi ri-trascinava ancora in un'atmosfera da libro, quel libro che tante volte ti sembrava di vivere con me, che odio quel libro e con te, che adoravi quel libro. Ci fermavamo sempre sotto l'ombra di un albero, privilegiando un muretto marmoreo di gran lunga molto e tantissimo più comodo di una panchina di ferro o di pietra. Ti ci ho portato io a quel muretto. Un muretto che adesso avrei solo voglia di portarmelo a casa e conservarmelo per sempre sotto il letto per, ogni tanto, rispolverarlo ed accarezzarlo con molta gioia, tristezza e rabbia. All'inizio sedevamo come ci si siede su una normale panchina, su quel nostro muretto bianco sempre freddo, ma alla fine riuscivamo sempre a riscaldarci convinti entrambi all'epoca che il confronto sia una sorta di dialogo litigioso e acceso. Così, una volta per uno, io tornavo a casa deluso e sconfitto e tu delusa ed indecisa. Io non te lo dissi mai, e questo lo rimpiangerò sempre, quanto mi potessero rendere felici le tue paranoie. Questo lo pensavo sul serio, che mi davano la conferma che anche tu tenevi a me allo stesso modo che avevo io nei tuoi confronti; ma lo pensavo e basta che ogni volta riuscivo solo a lamentarmi con il mondo che ti eri costruita intorno alla tua voglia di realizzata soddisfazione fino a farti capire sempre il contrario di quello che volevo. Io non sono mai stato un grande con le parole, questo dovresti ricordarlo ancora.
Parlavamo, parlavamo sempre in quelle ore che il pomeriggio, nella sua magnanimità, ci concedeva. Parlare non ci stancava, anzi non mi stancava. E non mi avrebbe stancato mai se non avessi mai potuto sfiorare il tuo corpo. Dal momento che osavo così tanto, ricordi?, tu ti zittivi e tremavi, ma mi lasciavi fare, ti lasciavi abbracciare complice e consapevole anche te che quello che stava per succedere faceva tutto parte di sensazioni strane e innovative, codici segreti di casseforti di cartapesta, parole d'ordine per mondi paralleli costruiti nei nostri pensieri comuni, oasi di salvezza per le intere comunità create dal nostro nulla comune. E non per questo mi rifiutavi. Anzi ti lasciavi andare a me e alle mie carezze che andavano ad esplorare le tue spalle, il tuo collo e le tue braccia bianchissime e troppo soffici per essere baciate solo dal mio unico paia di labbra. In quei momenti rimpiangevo di non essere stato creato con tre bocche perché solo così avrei veramente goduto delle tue bellezze così belle e a me disponibili. I nostri discorsi nel frattempo cambiavano, mutavano come se fossero soggette alle radiazioni che i nostri cuori e le nostre menti, uno più impulsivo e dominante dell'altro, diffondevano intorno al nostro sempre amato muretto. Cominciavamo a confessarci che il bene che ci volevamo era qualcosa che neanche un entità superiore come quelle delle nostre utopiche religioni autodidatta potevano concepire. Forse eravamo vittime incoscienti dell'ammirazione reciproca e della voglia castrata di essere dominati dagli impulsi. Ma volevamo sentirci solo amici e nulla più. Che ipocriti che eravamo! Non credi? Noi non siamo mai stati solo amici, neanche quando dopo che baciandoti sulle labbra tu passasti il resto del pomeriggio a dire cioè… cioè… ed ancora cioè… preda assoluta dell'imbarazzo e del rossore infuocato e devastante del tuo naso.
Avresti dovuto vederti, io l'ho fatto, ed eri veramente bellissima, ma non bellissima come di solito ti dicevo. Non so spiegartelo: eri bellissima! Peccato che non potrai mai più ricordartelo.
Io ero convinto di aver fatto la cosa più giusta per noi due e non solo per me che altrimenti non me ne sarebbe fregato niente di sollevare leggermente il tuo mento e poi chiuderti gli occhi e poi chiuderli anch'io e poi con le mie labbra poggiate sulle tue come i due più soffici petali di rosa rossa dirti che noi non siamo mai stati solo amici… ma molto di più, e la tua risposta al mio impulso fu quella istintiva del contraccambio passionale, ed in un momento intorno a noi tutto era diventato statico ed eterno. Tutto il mondo si era fermato ad applaudire quello che in fondo cercavamo di comunicarci da almeno sei mesi, o cinque… non lo ricordo bene. Ricordi? Dopo quel giorno sentirci sembrava essere diventato un obbligo quasi, come una sorta di regola da
rispettare per far correre il treno della nostra storia dritto e spedito su i nostri rispettivi due binari che a quanto pare dovevano per forza viaggiare paralleli senza mai fermarsi per incontrarsi e potersi prendere per mano. E quel giorno sembrava quasi che io con la mia frettolosa incomprensione degli eventi avessi volontariamente deragliato qualcosa che nessuno dei due aveva lontanamente calcolato come effetto collaterale della medicina.
Quanto sono stato triste in quei giorni… ormai ero compromesso in modo inevitabile e palese, e tu sembravi quasi ignorare ciò giustificandoti dietro i tuoi problemi di cartongesso, come se quello che era successo a noi fosse una cosa inedita assoluta ed infinitamente irripetibile nella storia dell'uomo. No. Non è così che sarebbero dovute andare le cose… io volevo stare seriamente con te, e te invece paradossalmente più ti sentivi fortemente legata a me e più mi ignoravi, più mi volevi bene e più mi consideravi come potenziale nemico al pari livello dei tuoi professori stronzi e cibernetici. Ma poi tutto fu chiarito tra noi, per modo di dire. Io ritornai a convincermi che con te non ci sarebbe mai potuto essere nient'altro che un'occasione per sorbirsi le tue mestruazioni mentali, mentre te ti saresti accontentata di poter raccontare ai tuoi nipoti, un domani, che anche il tuo ego adolescente, all'epoca, ha avuto un uomo particolarmente speciale come compagno di chiacchiere e di lettere e di pomeriggi coperti dalle foglie e dai freddi. Ricordi? Tutte le volte che ti sentivo ti assillavo sempre parlandoti di lettere all'infuori delle tue che ricevevo da tutto il demolito paese facendoti ogni volta tantissimi piccoli quadri precisi di donne, e si perché la mia corrispondenza è composta unicamente ed esclusivamente da donne, che non desideravano che conoscermi o per lo meno potermi abbracciare come tante volte avevano cercato di simulare in fondo alle loro lettere sotto ancora i post scriptum a penna blu con la sottolineatura in blu pastello al profumo di sincerità ed affetto
sincero. Tu, ricordi?, ti volevi sentire indifferente a quelle mie inconsce provocazioni e ti consideravi già surclassata dimenticata sedotta ed abbandonata ma non me lo davi a vedere che sapevi benissimo di per te che lo sentivo e che, in un certo senso, te lo meritavi. Solo
una volta mi parlasti, forse per vendetta non lo saprò mai, in presenza di una tua amica di un determinato tipo alternativo banale sciatto stupido e cretino che avevi conosciuto e per cui subito avevo provato invidia fino a lasciarlo sanguinante in terra privandolo del dono della
parola e della vista. Così non avrebbe più parlato con te e non avrebbe più potuto anche riconoscerti. La cosa che mi dava più fastidio, e tu lo sapevi, era che parlavi di lui come mai avevi fatto di me, lo idealizzavi quasi, quel mocciosetto inerme ed insignificante, fino a
renderlo una star ollivuddiana; ma soprattutto ne parlavi in quei toni con me che fingendomi indifferente incassavo i colpi delle tue considerazioni fantasiose e mi lasciavo andare alla deriva trasportato dal pensiero che con te sarebbe finito tutto nel giro di pochissimo tempo, giusto il tempo che il mentecatto alternativo ti avesse chiesto di uscire per andare a passare uno stupendo pomeriggio in un posto banale e sporco come le sale giochi degli anni ottanta. Fortunatamente il mentecatto sopracitato non ebbe mai le palle adatte per chiamarti e noi continuavamo a sentirci e a fare finta di litigare che andare avanti così come andavamo noi, no!, non lo si poteva neanche immaginare. Io mi stufai un giorno di darti tutta quella attenzione che gratuitamente ti consegnavo ogni volta e mi ero ripromesso di confessartelo urlandotelo a tre centimetri dal tuo splendido nasino. Ti volevo mettere alla prova, stavo zitto e silenzioso, mi distraevo apposta e ti mettevo in imbarazzo con le parole. Tu cominciasti a capire che non ero solo io a provare quelle sensazioni nel cuore e sembrava quasi che tutto fosse stato destinato ad affondare in breve tempo nelle più profonde delle nostre delusioni. Miseri noi al solo pensiero.
Cosa sarebbe stato di noi se ciò fosse successo? Adesso sicuramente non sarei qui a ricordare tutta la storia in questi toni melanconici. Si, lo ammetto: ne avevo paura anch'io, ma una paura matta. È per questo che decisi di giocarmi il tutto e per tutto quel giorno. Tanto non avrei avuto niente da perdere, ormai più niente, semmai avrei guadagnato un nuovo e confortevole due di picche da collezione da appendere in cornice in alto ed in bella vista sulla parete della mia fronte corrugata dal sudore freddo che la situazione meritava e produceva. Eravamo alla stazione, ricordi?, tu facevi compagnia a me che me ne stavo per tornare a casa e mi abbracciavi la schiena e mentre il treno era sul binario fermo ed in attesa di me per partire, chiudemmo entrambi gli occhi… e successe quel che successe. Ero senza parole, questa volta fui io a dire cioè… e altre assurdità che mi balenava come flash il cervello momentaneamente assente. Poi rimanemmo altri cinque minuti a baciarci e io per la contentezza ti strinsi tanto forte la spina dorsale da sentirla scrocchiare per quattro volte, e io poi giù a chiedere scusa che non lo faccio più. Ormai il ghiaccio era rotto e fanculo le cose ufficiali: noi non si era un cazzo di niente. Noi eravamo noi ed eravamo forti insieme, invincibili e a tratti eterni. Incontrarci, dopo quel giorno, diventava sempre più bello che prendersi per mano aveva un colore diverso adesso e dopo un po' di tempo passato a sorriderci ci si cominciava a baciare e a baciarsi. Eravamo ancora seduti sul nostro muretto marmoreo e tutto era bello soffice e comodo con te stretta tra le mie sensazioni. Lascia che te lo dica: eri bellissima, ogni giorno di più. Duravamo da un bel po' ed entrambi avevamo battuto i nostri record personali di permanenza nella felicità astratta con una persona reale al fianco. Tutto era bello come i tuoi gatti che tu tanto amavi e che sempre ti coccolavano con i loro baffi. Ricordi? Avevi un gatto che decidesti di chiamarlo con il mio nome, ed era il gatto che, guarda caso, trovava più piacere nell'essere accarezzato dalle tue mani piene di anima e tu preferivi passare ore ad accarezzare quel pelo grigio con la coda che dedicarti alle normali faccende scolastiche e private. Io pensavo ininterrottamente a te e al mio ego felino. Chissà chi si prenderà cura di lui adesso? Chissà dove sarà andata a vagabondare la mia parte animalesca racchiusa in quel quattro zampe? Ora visto come stavano le cose, non potevamo nasconderci che ci amavamo e ch'eravamo diventati qualcosa di veramente grande e che superava di gran lunga il concetto di amicizia che ci eravamo prefissati in estate. E i nostri baci lo testimoniavano.

Un bel giorno non fosti tu a chiamarmi a telefono, ma la tua amica compagna di banco. Non so come avesse avuto il mio numero di telefono ma la cosa più evidente e palese era che le tremava la voce e che da poco aveva finito di piangere. Dopo aver parlato con me, forse faccio uno strano effetto alle donne, strozzò un tentativo di risata e ricominciò a piangere. Piangemmo insieme ma io solo per qualche secondo. Non avevo tempo per farlo. Era un pomeriggio come tanti altri ma quella volta si sarebbe scritto qualcosa di troppo stravolgente nelle nostre rispettive pagine del proprio diario della vita. Io probabilmente stavo per chiudere un breve capitolo della mia si tanto breve vita che comunque dura ancora di più della tua; tu invece hai trovato la parola fine che ti ha bloccato la strada e ti ha costretto a catapultarti ad una discreta velocità fuori dal finestrino del mondo. Non ho mai capito bene la dinamica del fatto, tanto saperla per filo e per segno non avrebbe cambiato affatto la situazione: io ero in piedi distrutto accanto alla tua amica che piangeva e tu correvi via spinta in una barella bianca e logorata con un velo bianco e rosso calato sul tuo viso. Non ebbi il coraggio di dire niente e neanche avrei potuto fare niente per riportarti a me che era troppo tardi, ormai, era troppo tardi per tutto, per dirti le ultime parole, l'ultimo addio, il primo ed ultimo Ti amo, l'ultimo bacio. L'avrei fatto, se solo un nazista del pronto soccorso non mi avrebbe fermato e spinto di fuori con la violenza. In quella situazione conobbi i tuoi genitori. Uno era sdraiato vicino a te, l'altro ancora non aveva trovato le lacrime per capire seriamente cosa fosse successo. Potei rivederti solo il giorno dopo, in una sala allestita per contenere il tuo corpo sdraiato sopra le mie più grandi sofferenze. Avevi gli occhi chiusi e il vestito buono: i bei over size blu scuro e le Doctor's Martin e un maglioncino pesante marrone scuro con una striscia sottile rossa orizzontale, i capelli tirati all'indietro ed appoggiati sul velluto rosso. Mi avvicinai per darti l'estremo saluto e ti raccolsi come si raccoglie un magnifico fiore delicato di quasi diciassette anni. Il fiore più raro che avessi incontrato nella mia troppo lunga ed insensata vita. Ti lasciai una busta vicino al cuscino. Dentro c'era il mio amore, e non c'era solo in senso spirituale, quella busta davvero conteneva il mio amore vero, puro che aveva bisogno solo di te per essere tale. E dopo che tu, proprio tu tra tante persone te ne sei andata, non aveva più senso conservarlo per chissà chi altra. Mi abbassai a darti un bacio sulle labbra, e le trovai tremendamente gelide e addormentate per sempre. Ci fu stupore da parte di tutti a quei miei gesti, ma né i tuoi amici e né i tuoi parenti avrebbero mai potuto lontanamente immaginare ciò che noi eravamo dato che a mala pena noi due riuscivamo, con immenso stupore, a concepirlo.

Adesso io sono solo in mezzo a tanta gente, sono ubriaco fradicio di vino rosso e continuo a bere in nome del nostro amore e della nostra vittoria sulla vita e sulla morte. I miei amici mi hanno fatto questo per tirarmi su di morale. Loro conoscono i miei punti deboli e ci fanno leva in una maniera deliziosa e alcolica da armonizzare tutto. Sono qui adesso che ti penso e ad ogni sorsata respingo i conati di vomito, bevo e ti penso. Ti penso e ballo. Ballo e ti amo. Ti amo e ti amo. Presto ti verrò a trovare e ti assicurò che se il paradiso esiste, di sicuro è un immenso muretto di marmo dove noi due potremmo passare svariate eternità o ad abbracciarci o a chiacchierare o a baciarci senza preoccuparci di nulla se non di dimostrarci affetto e carezze tra di noi. Te loassicuro, dovessi dimenticarmi del tuo amore se non è così.



















Scritto e non riletto da: ostelinus alle ore 17:54 - commenti (2)
giovedì, dicembre 11, 2003

La caccia

Mi chiamo Matteo, e ho 6 anni, sono un piccolo ometto e voglio tanto bene ai miei genitori. A mio padre in particolare. Lui fa tante cose, mi insegna tante cose e mi fa divertire tantissimo.
Mi piace tanto quando mi tira per aria, io volo, e poi lui mi riprende e mi fa fare tante volte questo salto. Sembro un piccolo aeroplano, infatti apro sempre le braccia come per abbracciare il vuoto, poi per un attimo rimango sospeso, ricado e le braccia si richiudono automaticamente attorno al suo collo. Io l'abbraccio e rido come solo noi bambini sappiamo fare.
Papà ha una passione in particolare, la caccia. Lui è un grosso cacciatore, così si chiamano coloro che praticano questa passione. Per essere un cacciatore, devi fare un sacco di cose: devi amare gli animali, devi avere un segugio ed avere un fucile.
Papà ha tutte e tre queste cose, e le gestisce con molta cura. Mi ha pure spiegato che per avere un fucile devi avere un permesso, e lui questo permesso ce l'ha da 20 anni. Lui dice di non aver mai fatto male a nessuno, perché mi ha anche spiegato che il fucile può servire per mettere paura alla gente. A volte l'ha usato anche per difendersi dai cattivi, ma mi ha anche detto che mai il fucile era carico quando l'ha fatto. Un fucile per essere carico deve avere delle pallottole all'interno, che esplodono e fanno un rumore forte e poi fanno tanta puzza.
Un giorno, una domenica, papà mi chiede se voglio andare a caccia con lui e io dico sì con entusiasmo e penso che deve essere molto bello fare le stesse cose che fa papà mio. Io l'adoro.
insomma, andiamo insieme nel bosco vicino casa, dove ci sono degli strani cartelli, dovè papà, che sa leggere, dice che c'è scritto "zona di caccia". Quindi entriamo e io ammetto di aver un po' di timore e mi tengo attaccato alla sua gamba.
Il nostro segugio corre come una scimmia impazzita, stretto anche lui della vita metropolitana, e si mette a correre e mi piace tanto quando la linguona bavosa rimbalza da una parte all'altra del suo muso.
Poi papà mi dice di stare attento e di guardare attentamente, e mi fa vedere un uccello. Io ho visto tanti uccelli, la maggior parte dei quali in fotografia. Ma questo è il più bello di tutti, perché è vero, si muove e sta accovacciato aspettando che il sole sorga del tutto.
In lontananza si sentono tanti spari di altri cacciatori, e la cosa mi eccita un po': sono contento di essere qui.
Poi papà si fa tutto serio: punta il cane del fucile e il segugio, mira in alto e costruisce una traiettoria invisibile tra l'uccello che mi ha fatto vedere e il suo naso con in mezzo il fucile.
Diventa serio, mi dice di stare un'attimo zitto e poi... BANG... spara, il cane corre, lui posa il fucile, sorride. Evidentemente è molto soddisfatto! Io comincio a ridere e gridare Evvai, e rido istericamente, mentre il nostro segugio porta in bocca l'uccello che prima avevo visto da una distanza che a fatica saprei calcolare.
Il segugio posa la preda, e si accuccia sotto papà. Papà prende in mano l'uccello e me lo fa vedere, orgoglioso. Anche io sono orgoglioso. Orgoglioso di avere un padre che ama tanto gli animali da chiamarli a se per farmeli vedere meglio. Me lo porge, e io lo prendo.
Lo guardo bene e noto soprattutto gli occhietti chiusi e il buco in petto.
Guardo mio papà e gli dico: - Molto bello quest'uccello e grazie per avermelo fatto vedere da vicino... ora però, fallo ri-volare.














Scritto e non riletto da: ostelinus alle ore 17:32 - commenti (4)
martedì, dicembre 09, 2003

Storie di vita di un uomo Medio-lanum

- Venerdì 28 mi dicono che sabato 29 devo andare a prendere i biglietti per partire domenica 30 alla volta di milano.
- odio viaggiare seduto al senso contrario di marcia. la sofferenza dura fino a Firenze, poi tutto ritorna dritto.
- una ragazza fa alla madre: "mamma, manca molto per arrivare a Milano?" e la madre, semi spazientita, risponde: "non lo so..." poi da finestrino si sente l'urlo di una sirena di una macchina di polizia, e la signora aggiunge "...anzi: siamo arrivati".
- chissà perché tra i binari cercavo quello 9 e tre quarti
- alla stazione c'era una signora in evidente stato di randagismo, con i capelli spettinati, mezza sdentata, le occhiaie lunghe e un cane vicino. chiedeva l'elemosina. aveva addosso una pelliccia costosissima. la signora, non il cane.
- un mio amico mi chiama: "che fai stasera?", con stupore gli dico: "sono a milano, torno la settimana prossima", e lui: "Seeeeeee... ci vediamo alle 22 sotto casa tua". "occhei aspettami, che arrivo". se tutto va male, mi sta ancora aspettando.
- il luogo comune che vuole che i Milanesi son tutti dediti al lavoro è vero. eccezzione: i due tipi a cui ho tenuto il corso: non avevano voglia di fare un cazzo.
- le cameriere delle tavole calde di milano si rimorchiano con una facilità estrema. sarà l'accento romano che colpisce?
- ho scoperto un negozio da paura: LUSH. ora non avrò più scuse per non lavarmi
- lunedì 8 c'è stato il mega sciopero dell'ATM. han fatto bene a scioperare, anche se mi son beccato 10 km di milano a piedi sotto l'acqua. poi, quando arrivo in sede, dove dovevo tenere il corso, quelli del posto mi han detto "beh... potevi chiamare un taxi, poi telo rimborsavamo...". per un attimo li ho odiati... però, mi son fatto rimborsare la tintoria.
- bancaintesa è lo sponsor ufficiale di milano.
- a proposito... mega albergo a 5 stelle... roba da hollywood!
- in albergo, i canali tv della payTV sono oscurati, sia per quanto riguarda l'audio che il video... per il canale dei pornazzi no: l'audio si sente... eccome se si sente!!!
- la maggior parte dei milanesi sono tutti frenetici...
- ho imparato a vivere timorato dall'ATM.
- la metro a milano in realtà non arriva dappertutto, come si dice spesso e volentieri... ma è molto meglio di quella di roma.
- in tutto questo pare che la maury sia morta in viaggio di nozze.
- la cosa che più mi ha colpito è stata la freddezza con cui i milanesi hanno acettato alcune regole, anzi, alcuni schemi. vivono per produrre, i fricchettoni si vestono comunque con vestiti fighetti, e la morale comune non viene scalfita assolutamente da nulla. episodi di razzismo generale sono frequentissimi, e l'indifferenza nel 90% dei casi la fa da padrone... voi direte: "queste cose le fanno pure a roma"... e magari avete pure ragione, ma cavoli: vedere insultare sotto i propri occhi una donna di colore da una banda di ragazzini mocciosi, e far finta che la cosa non avesse assolutamente rilevanza per la proprioa morale... beh, a roma ste cose non passano inosservate.


















Scritto e non riletto da: ostelinus alle ore 23:24 - commenti (8)
lunedì, dicembre 08, 2003

L'inizio della fine del mondo - Fabrizio Catena, il comunista

Fabrizio Catena, detto il comunista, si era svegliato come al solito di buon ora per andare a lavorare.
La sua buon ora erano le 12:00, e il suo lavoro, era comprare riviste specializzate di settore e spulciare la sezione più adatta alle sue bisogna. Ovvero "lavorare oggi", "cerco disperatamente lavoro", "fatemi lavorare al più presto" e la più famosa del settore: "tanto il lavoro prima o poi lo trovi"...
Facile, quindi, immaginare il sudore e lo stress mentale generato dalla mente del nostro fabrizio, che poi scopriremo più tardi, perché tutti chiamano "il comunista".
Non "comunista" né "ilcomunista", oppure "ilCommunista"... bensì, come potete facilmente intuire, "il comunista": tutto minuscolo e con lo spazio scandito tra "il" e "comunista".
L'edicola è un abitacolo all'angolo di una grossa strada, vicino ad una fermata della metropolitana, di fronte ad un condominio grande più o meno come le preoccupazioni di un uomo medio; il classico arlecchino metropolitano ed incoerente, dove all'interno vi si trova un cuore di morale comune e di frasi fatte, e a volte di indicazioni stradali esatte sotto forma di signora con gli occhiali, palesemente vittima delle settimane passate ad enigmisticare e a novellare duemilamente il mondo fuori. un abbigliamento fatto di decoupage, motori e calendari di donne nude, riviste ingiallite, fumetti porno e disney, e qualche volume arretrato della storia de jazz secondo la brunetta dei ricchi e poveri riveste la parallelepipeda protesi della signora che fa un uso degli occhiali come lente di ingrandimento fittizia al fabbisogno del cittadino.
la pila di riviste sportive impera sul bancone già dalle 5 del mattino... alle 7 è già finita.
- I giornali normali non li compra più nessuno... - spesso se ne rendeva conto, ma non per questo non ne prendeva. faceva, quindi, finta di aver fiducia nella società.
e un paio di riviste di settore, diciamocelo, se le leggeva pure lei.
Fabrizio odiava quella donna. ma fabrizio odiava un po' tutti in generale.
Scendeva di buon ora la mattina quindi, ma non quella mattina. Visto che ormai la mattina era sfumata via. ma lui lo stesso attraversava la strada e si dirigeva verso il gabbiotto pieno di speranze. come un titanic. e si! il titanic si che era èpieno di speranze. poi è affondato con migliaia di persone addosso... ma che c'entra? non certo di questo dobbiamo preoccuparci, noi che siamo normali, noi che abbiamo i piedi a terra... In ogni caso, quella notte era piovuto e grasse pozzanghere avevano pulito la strada con del fango e si erano isolate ai bordi della strada grande, dove piccoli fenomeni di acqua-planning si verificavano come mode di costume. un piccolo fenomeno del genere inondò il nostro Fabrizio, la cui unica colpa era quella di essere a piedi, con altri pensieri per la testa... e riconobbe quella macchina, e la sua sirena spiegata diretta come un proiettile sparato nel mucchio, come la macchina di un grosso testa di cazzo, borghese e fascista del cazzo. Viene chiamato "Il comunista" anche per questi simpatici epiteti, il nostro fabrizio... come a dire, che tutti coloro che stanno "meglio" di lui, son tutti fascisti di merda, e chi sta come lui, son tutti compagni, e quelli che stanno peggio di lui (molti pochi, apparentemente) sono la classe degli sfruttati, coloro i quali dovrebbero insorgere prima di tutti.
Fabrizio si bagna, anzi, viene schizzato dalla macchina che corre incontro al traffico delle due (noi possiamo immaginare di chi sia quella macchina) e maledice il governo, la classe operaia, la stampa, lo sport, e pure un po' la Gina che quella sera al tramonto non gliel'ha data...
Ovviamente, cammina oltre, e arrivato al cabinotto sente la voce fastidiosa della giornalaia: "avete visto signora mia che roba? lei al posto suo che abrebbe fatto? e tu fabrizio? che mi dici? li hai letti i giornali?"
- no, non li ho letti... - pensava e diceva, mentre cercava in un angolo recondito della sua mente un modo per creare un mega conflitto sociale, una rinascita... una bomba ci vuole, no, molto di più... due bombe! un cazzo di modo per ricominciare tutto d'accapo...
Pensava e taceva e veniva strattonato, spintonato e non se ne rendeva conto. Mentre ovviamente, ma questo lo intuiamo già, tutto il resto della metropoli freme sotto chissà quale scopo...














Scritto e non riletto da: ostelinus alle ore 10:08 - commenti (3)