[Piccola premessa: il seguente racconto è stato scritto molti anni fa, poco dopo aver scritto Jaco Nella Balena. Reiesumando questo "ricordo" mi sono venute in mente tante persone che non sento più da un sacco di tempo o che sento sporadicamente. se ce la fate, leggete tutto d'un fiato... sennò un pezzo per volta.]
Ricordi
Ricordi per caso l'ultima volta che ci siamo detti che eravamo soltanto amici e basta, che cosa è successo poi? È un po' difficile ricordarsi la situazione frammento per frammento ma io la ricordo benissimo… c'ho messo tutto questo tempo per capirla ed impararla e le voglio tantissimo bene.
Sicuramente ricorderai anche quando io per la prima volta ti telefonai.
Era esattamente cinque giorni dopo il mio compleanno, in piena estate col sole che picchiava fino a far scomparire quasi per sempre la luna dai tuoi pensieri. Ricordo bene che ne erano passati cinque perché quel giorno fu la prima volta che tu componesti il mio numero. Scelsi apposta di far passare cinque giorni per chiamarti che così avevo la scusa per risentire la tua voce timida e ancora ignara dei miei sentimenti. Io, scemo come pochi, smaniavo dalla voglia di risentirti ma mi ero imposto di far passare un po' per farlo che non volevo subito dare l'impressione di quello che in realtà ero… e se tu mi capisci e mi intendi, sai a cosa mi riferisco. Ti ricordi? Quando mi telefonasti il giorno del mio compleanno ti rispose mio fratello, l'energumeno cattivo cattivo, come amavi deriderlo per le sue braccia sempre rotte e per il sorriso da tappo masticato delle penne bic. Ti sei sentita trattata male dalle sue parole magnetofoniche e ti stavi quasi convincendo del fatto che anche io ero una sorta di stronzo telefonico senza nessuna pietà per chi stesse per farmi i più sentiti auguri. Ma non lo sono mai stato. Con te, mai. Con gli altri forse… Mi sono poi impossessato della cornetta e mi sentivo ultra felice e molto diciannovenne adesso che tu mi cantavi Eppi-bordei-tu-iu come fece molto tempo fa M. Monroe al presidente Chennedi. Adesso si che aveva senso avere diciannove anni. Tu ridevi molto e mi sembrava di poter vedere il bianco dei tuoi denti fondersi in una simulazione sonora captabile solo dal timpano ultrasensibile del mio cuore. Eravamo già felici da allora… io per lo meno lo ero. E immagino ch'anche tu lo sia stata, per pochissimi secondi almeno lo sei stata. Ne sono sicuro. Anche perché preferisco immaginarlo così ché purtroppo ormai non lo potrò sapere mai più. I tuoi segreti non sono più segreti da custodire nei miei ricordi. Sono segreti che preferisco modificare a mio piacimento e raccontarmeli ogni volta in maniera diversa… come uno dei tanti segreti di cui sono autoconvinto è che ti manco tantissimo… ma è solo una delle tante illusioni che mi hanno dato prima di nascere nel limbo delle casualità.
Mi accarezzasti la prima volta quando insieme andammo a fare un graffito, il tuo primo graffito ma non il mio, eri bellissima come quando insieme siamo andati in giro per librerie e per metropolitane.
Pioveva quel giorno, ricordi?, e io, che di solito mi mettevo i pantaloni più larghi del mio ego super-obeso, mi ero messo i pantaloni stretti e una maglietta lunga per non fare brutta figura al tuo abbigliamento che di solito era di pantaloni anticipanti di molti mesi la moda dell'estate o dell'inverno stretti e consumati vicino al tacco delle tue Doctor's Martin; ma quel giorno tu ti sei presentata con un paio di pantaloni larghi e una canottiera viola molto estiva e sensuale proprio per non fare brutta figura… questi sono tutti piccoli segni premonitori per i sviluppi con cui ho amato la nostra storia… eri vestita allo stesso modo quando per la prima volta hai preso le bombolette in mano e mentre io mi sentivo padrone di guidare dove e come avrei meglio voluto quelle armi gassose, tu le guardavi e mi guardavi e io mi accorgevo dei tuoi sguardi coperti dalle tue lenti cariche di imbarazzo. Io ti guardai e ti dissi con tono un po' duro e di uno che non ha tempo da perdere "Vuoi dipingere? Si-o-no?" tu non rispondesti niente e cominciasti a far pressione con l'indice sul super-fat arancione, e anche se quelli erano i tuoi primi tratti illegali erano perfetti, compatti e non colava neanche uno schifo di goccia di vernice dai tuoi passaggi. Scrivemmo il tuo nome e quando lo taggasti ci scrivesti anche le dediche: io leggevo che lo dedicavi to: una tua amica e poi a me. Dopo mi hai guardato dicendo che i nomi nelle dediche non le avevi messe in ordine di importanza. Mi sorridevi sempre quando ti stavo di spalle oppure quando distoglievo lo sguardo dalle tue guance troppo morbide e belle. Me ne accorgevo sempre perché sentivo il suo rumore, o il suo suono. Difficilmente sono riuscito ad immaginare il suono, o il rumore di un sorriso e il tuo era molto ritmato, gradevole, quasi soft se paragonato alla confusione caotica dei nostri sguardi che per pudore e vergogna difficilmente si incontravano. Ti avrei voluto, in quel momento, abbracciare tanto forte da piangere e dirti di non sprecare tempo che di tempo ne avevamo poco. Fui zittito da una tua carezza e da un tuo tentativo strozzato di darmi un bacio sulla guancia. Io lo capii
e non dissi niente. Te lo ricordi quanto eri bella, alla luce di quel sole davvero convincente e rotondo? Era estate piena e per un po' non ci siamo visti. Tu mi scrivevi lettere e cartoline da tanti posti diversi e io ti rispondevo sempre sedentariamente sul mio letto che all'occorrenza diventava scrivania e ti scrivevo, ti scrivevo tantissimo e mischiavo tanti discorsi e li concludevo tutti a metà urlandoti che Ti voglio bene… ma tanto già lo sai. Ti voglio bene… tanto già lo sai. Ricordi per caso cosa ti dicevo quando mi parlavi della tua vita scolastica? Ti cantavo sempre una canzone diversa, una volta di Guccini, poi De Gregori, Modena City Ramblers, Giuliodorme, Daniele Silvestri, Renato Zero, Pino Daniele, i Subsonica e i Novantanove Posse. Per passare poi ai stranieri Beatles, Led Zeppelin, la colonna sonora di Jesus Christ Superstar, i Queen e raramente, ma molto raramente i Doors. A volte ero costretto a cantarmele in mente perché non mi andava di interrompere pensieri per cui tu tenevi parecchio. Mi sentivo legato da quei tuoi discorsi ma fatalmente affascinato da non poterli affatto evitare neanche volontariamente. Solo molto tempo dopo mi sono ritrovato ad amare quei tuoi odi verso la società e tutto e tutti.
Denunciavi, dall'alto dei tuoi diciassette anni ancora da compiere e da superare, l'ipocrisia del mondo che tu sentivi più vicino per ovvi motivi. Il mondo scolastico era tutto per te, prima che ci incontrassimo era davvero tutto per te, un mondo da subirlo con una rabbia insoddisfatta passiva ed avariata da chiudere in un registro di classe quando la matita rossa ti raffigurava come un voto inferiore al 5inque, e invece da festeggiare quando sulla tua Smemoranda sputtanata e commerciale da usare come diario personale occupavi un intera pagina per scrivere che avevi preso un voto superiore al 5inque con diversi colori e forme strane, con i migliori disegnini da riviste per sole adolescenti-donne. Ricordi? Sul tuo diario scrivevi solo le cose positive, o ti sforzavi talmente tanto da renderle tali e ti autoconvincevi che in realtà le cose assumono molti svariati aspetti credibili se e solo se si era capaci di interpretarle nel modo che risultava più comodo. E quindi quando vedevi un giorno di pioggia, lo consolavi giustificandolo come un motivo in più per non uscire ed evitare quindi quello stronzo-indegno-di-essere-nominato che aveva fatto un brutto affronto alla tua amica del cuore; oppure per stazionare vicino al telefono in attesa della chiamata casuale ma presentita di un amico speciale ma veramente speciale conosciuto la scorsa estate di vacanza. Sul tuo diario avresti anche scritto che a questo amico avresti parlato anche di me descrivendomi come un ragazzo si invadente ma completamente diverso dagli altri per cui nutrivi e cominciavi a nutrire un affetto speciale.
Avresti scritto solo l'iniziale del mio nome per evitare di comprometterti troppo con i tuoi compagni di classe curiosoni che passavano la ricreazione a farsi i cazzi degli altri rapinando per quindici minuti i diari degli altri; ma soprattutto non avresti voluto comprometterti con te stessa, non ti volevi ammettere quei pensieri che la notte al buio ti facevano arrossire le guance e le mani fino a farle scottare. Una volta sbirciai nel tuo diario e nella velocità con cui si fanno scorrere le pagine riuscii a leggere solo una frase che scrisse una tua probabile compagna di banco molto confidente ma non al punto di confessarle la mia esistenza con le mie avance. Tanto lo so che ti piace quello della quinta… fui capace di leggere solo questo. All'inizio pensavo di non essere io… ma poi… ero io. Ero contento di saperlo. Tu probabilmente non te lo ricordi, e come potresti? Altrimenti io non servirei più a niente, se non potessi ricordarti queste cose, a cosa potrei servire? Sarei morto anch'io, non credi? Uhmm… è così difficile a volte la realtà…
Ricordi con quanta frequenza ci sentivamo negli ultimi tempi? Più di due volte a settimana, a volte anche quattro, poi c'erano le lettere con all'interno disegni ripassati a china fatti apposta l'uno per l'altro che ci scambiavamo anche quando ci vedevamo. Tutto era molto bello e mi ri-trascinava ancora in un'atmosfera da libro, quel libro che tante volte ti sembrava di vivere con me, che odio quel libro e con te, che adoravi quel libro. Ci fermavamo sempre sotto l'ombra di un albero, privilegiando un muretto marmoreo di gran lunga molto e tantissimo più comodo di una panchina di ferro o di pietra. Ti ci ho portato io a quel muretto. Un muretto che adesso avrei solo voglia di portarmelo a casa e conservarmelo per sempre sotto il letto per, ogni tanto, rispolverarlo ed accarezzarlo con molta gioia, tristezza e rabbia. All'inizio sedevamo come ci si siede su una normale panchina, su quel nostro muretto bianco sempre freddo, ma alla fine riuscivamo sempre a riscaldarci convinti entrambi all'epoca che il confronto sia una sorta di dialogo litigioso e acceso. Così, una volta per uno, io tornavo a casa deluso e sconfitto e tu delusa ed indecisa. Io non te lo dissi mai, e questo lo rimpiangerò sempre, quanto mi potessero rendere felici le tue paranoie. Questo lo pensavo sul serio, che mi davano la conferma che anche tu tenevi a me allo stesso modo che avevo io nei tuoi confronti; ma lo pensavo e basta che ogni volta riuscivo solo a lamentarmi con il mondo che ti eri costruita intorno alla tua voglia di realizzata soddisfazione fino a farti capire sempre il contrario di quello che volevo. Io non sono mai stato un grande con le parole, questo dovresti ricordarlo ancora.
Parlavamo, parlavamo sempre in quelle ore che il pomeriggio, nella sua magnanimità, ci concedeva. Parlare non ci stancava, anzi non mi stancava. E non mi avrebbe stancato mai se non avessi mai potuto sfiorare il tuo corpo. Dal momento che osavo così tanto, ricordi?, tu ti zittivi e tremavi, ma mi lasciavi fare, ti lasciavi abbracciare complice e consapevole anche te che quello che stava per succedere faceva tutto parte di sensazioni strane e innovative, codici segreti di casseforti di cartapesta, parole d'ordine per mondi paralleli costruiti nei nostri pensieri comuni, oasi di salvezza per le intere comunità create dal nostro nulla comune. E non per questo mi rifiutavi. Anzi ti lasciavi andare a me e alle mie carezze che andavano ad esplorare le tue spalle, il tuo collo e le tue braccia bianchissime e troppo soffici per essere baciate solo dal mio unico paia di labbra. In quei momenti rimpiangevo di non essere stato creato con tre bocche perché solo così avrei veramente goduto delle tue bellezze così belle e a me disponibili. I nostri discorsi nel frattempo cambiavano, mutavano come se fossero soggette alle radiazioni che i nostri cuori e le nostre menti, uno più impulsivo e dominante dell'altro, diffondevano intorno al nostro sempre amato muretto. Cominciavamo a confessarci che il bene che ci volevamo era qualcosa che neanche un entità superiore come quelle delle nostre utopiche religioni autodidatta potevano concepire. Forse eravamo vittime incoscienti dell'ammirazione reciproca e della voglia castrata di essere dominati dagli impulsi. Ma volevamo sentirci solo amici e nulla più. Che ipocriti che eravamo! Non credi? Noi non siamo mai stati solo amici, neanche quando dopo che baciandoti sulle labbra tu passasti il resto del pomeriggio a dire cioè… cioè… ed ancora cioè… preda assoluta dell'imbarazzo e del rossore infuocato e devastante del tuo naso.
Avresti dovuto vederti, io l'ho fatto, ed eri veramente bellissima, ma non bellissima come di solito ti dicevo. Non so spiegartelo: eri bellissima! Peccato che non potrai mai più ricordartelo.
Io ero convinto di aver fatto la cosa più giusta per noi due e non solo per me che altrimenti non me ne sarebbe fregato niente di sollevare leggermente il tuo mento e poi chiuderti gli occhi e poi chiuderli anch'io e poi con le mie labbra poggiate sulle tue come i due più soffici petali di rosa rossa dirti che noi non siamo mai stati solo amici… ma molto di più, e la tua risposta al mio impulso fu quella istintiva del contraccambio passionale, ed in un momento intorno a noi tutto era diventato statico ed eterno. Tutto il mondo si era fermato ad applaudire quello che in fondo cercavamo di comunicarci da almeno sei mesi, o cinque… non lo ricordo bene. Ricordi? Dopo quel giorno sentirci sembrava essere diventato un obbligo quasi, come una sorta di regola da
rispettare per far correre il treno della nostra storia dritto e spedito su i nostri rispettivi due binari che a quanto pare dovevano per forza viaggiare paralleli senza mai fermarsi per incontrarsi e potersi prendere per mano. E quel giorno sembrava quasi che io con la mia frettolosa incomprensione degli eventi avessi volontariamente deragliato qualcosa che nessuno dei due aveva lontanamente calcolato come effetto collaterale della medicina.
Quanto sono stato triste in quei giorni… ormai ero compromesso in modo inevitabile e palese, e tu sembravi quasi ignorare ciò giustificandoti dietro i tuoi problemi di cartongesso, come se quello che era successo a noi fosse una cosa inedita assoluta ed infinitamente irripetibile nella storia dell'uomo. No. Non è così che sarebbero dovute andare le cose… io volevo stare seriamente con te, e te invece paradossalmente più ti sentivi fortemente legata a me e più mi ignoravi, più mi volevi bene e più mi consideravi come potenziale nemico al pari livello dei tuoi professori stronzi e cibernetici. Ma poi tutto fu chiarito tra noi, per modo di dire. Io ritornai a convincermi che con te non ci sarebbe mai potuto essere nient'altro che un'occasione per sorbirsi le tue mestruazioni mentali, mentre te ti saresti accontentata di poter raccontare ai tuoi nipoti, un domani, che anche il tuo ego adolescente, all'epoca, ha avuto un uomo particolarmente speciale come compagno di chiacchiere e di lettere e di pomeriggi coperti dalle foglie e dai freddi. Ricordi? Tutte le volte che ti sentivo ti assillavo sempre parlandoti di lettere all'infuori delle tue che ricevevo da tutto il demolito paese facendoti ogni volta tantissimi piccoli quadri precisi di donne, e si perché la mia corrispondenza è composta unicamente ed esclusivamente da donne, che non desideravano che conoscermi o per lo meno potermi abbracciare come tante volte avevano cercato di simulare in fondo alle loro lettere sotto ancora i post scriptum a penna blu con la sottolineatura in blu pastello al profumo di sincerità ed affetto
sincero. Tu, ricordi?, ti volevi sentire indifferente a quelle mie inconsce provocazioni e ti consideravi già surclassata dimenticata sedotta ed abbandonata ma non me lo davi a vedere che sapevi benissimo di per te che lo sentivo e che, in un certo senso, te lo meritavi. Solo
una volta mi parlasti, forse per vendetta non lo saprò mai, in presenza di una tua amica di un determinato tipo alternativo banale sciatto stupido e cretino che avevi conosciuto e per cui subito avevo provato invidia fino a lasciarlo sanguinante in terra privandolo del dono della
parola e della vista. Così non avrebbe più parlato con te e non avrebbe più potuto anche riconoscerti. La cosa che mi dava più fastidio, e tu lo sapevi, era che parlavi di lui come mai avevi fatto di me, lo idealizzavi quasi, quel mocciosetto inerme ed insignificante, fino a
renderlo una star ollivuddiana; ma soprattutto ne parlavi in quei toni con me che fingendomi indifferente incassavo i colpi delle tue considerazioni fantasiose e mi lasciavo andare alla deriva trasportato dal pensiero che con te sarebbe finito tutto nel giro di pochissimo tempo, giusto il tempo che il mentecatto alternativo ti avesse chiesto di uscire per andare a passare uno stupendo pomeriggio in un posto banale e sporco come le sale giochi degli anni ottanta. Fortunatamente il mentecatto sopracitato non ebbe mai le palle adatte per chiamarti e noi continuavamo a sentirci e a fare finta di litigare che andare avanti così come andavamo noi, no!, non lo si poteva neanche immaginare. Io mi stufai un giorno di darti tutta quella attenzione che gratuitamente ti consegnavo ogni volta e mi ero ripromesso di confessartelo urlandotelo a tre centimetri dal tuo splendido nasino. Ti volevo mettere alla prova, stavo zitto e silenzioso, mi distraevo apposta e ti mettevo in imbarazzo con le parole. Tu cominciasti a capire che non ero solo io a provare quelle sensazioni nel cuore e sembrava quasi che tutto fosse stato destinato ad affondare in breve tempo nelle più profonde delle nostre delusioni. Miseri noi al solo pensiero.
Cosa sarebbe stato di noi se ciò fosse successo? Adesso sicuramente non sarei qui a ricordare tutta la storia in questi toni melanconici. Si, lo ammetto: ne avevo paura anch'io, ma una paura matta. È per questo che decisi di giocarmi il tutto e per tutto quel giorno. Tanto non avrei avuto niente da perdere, ormai più niente, semmai avrei guadagnato un nuovo e confortevole due di picche da collezione da appendere in cornice in alto ed in bella vista sulla parete della mia fronte corrugata dal sudore freddo che la situazione meritava e produceva. Eravamo alla stazione, ricordi?, tu facevi compagnia a me che me ne stavo per tornare a casa e mi abbracciavi la schiena e mentre il treno era sul binario fermo ed in attesa di me per partire, chiudemmo entrambi gli occhi… e successe quel che successe. Ero senza parole, questa volta fui io a dire cioè… e altre assurdità che mi balenava come flash il cervello momentaneamente assente. Poi rimanemmo altri cinque minuti a baciarci e io per la contentezza ti strinsi tanto forte la spina dorsale da sentirla scrocchiare per quattro volte, e io poi giù a chiedere scusa che non lo faccio più. Ormai il ghiaccio era rotto e fanculo le cose ufficiali: noi non si era un cazzo di niente. Noi eravamo noi ed eravamo forti insieme, invincibili e a tratti eterni. Incontrarci, dopo quel giorno, diventava sempre più bello che prendersi per mano aveva un colore diverso adesso e dopo un po' di tempo passato a sorriderci ci si cominciava a baciare e a baciarsi. Eravamo ancora seduti sul nostro muretto marmoreo e tutto era bello soffice e comodo con te stretta tra le mie sensazioni. Lascia che te lo dica: eri bellissima, ogni giorno di più. Duravamo da un bel po' ed entrambi avevamo battuto i nostri record personali di permanenza nella felicità astratta con una persona reale al fianco. Tutto era bello come i tuoi gatti che tu tanto amavi e che sempre ti coccolavano con i loro baffi. Ricordi? Avevi un gatto che decidesti di chiamarlo con il mio nome, ed era il gatto che, guarda caso, trovava più piacere nell'essere accarezzato dalle tue mani piene di anima e tu preferivi passare ore ad accarezzare quel pelo grigio con la coda che dedicarti alle normali faccende scolastiche e private. Io pensavo ininterrottamente a te e al mio ego felino. Chissà chi si prenderà cura di lui adesso? Chissà dove sarà andata a vagabondare la mia parte animalesca racchiusa in quel quattro zampe? Ora visto come stavano le cose, non potevamo nasconderci che ci amavamo e ch'eravamo diventati qualcosa di veramente grande e che superava di gran lunga il concetto di amicizia che ci eravamo prefissati in estate. E i nostri baci lo testimoniavano.
Un bel giorno non fosti tu a chiamarmi a telefono, ma la tua amica compagna di banco. Non so come avesse avuto il mio numero di telefono ma la cosa più evidente e palese era che le tremava la voce e che da poco aveva finito di piangere. Dopo aver parlato con me, forse faccio uno strano effetto alle donne, strozzò un tentativo di risata e ricominciò a piangere. Piangemmo insieme ma io solo per qualche secondo. Non avevo tempo per farlo. Era un pomeriggio come tanti altri ma quella volta si sarebbe scritto qualcosa di troppo stravolgente nelle nostre rispettive pagine del proprio diario della vita. Io probabilmente stavo per chiudere un breve capitolo della mia si tanto breve vita che comunque dura ancora di più della tua; tu invece hai trovato la parola fine che ti ha bloccato la strada e ti ha costretto a catapultarti ad una discreta velocità fuori dal finestrino del mondo. Non ho mai capito bene la dinamica del fatto, tanto saperla per filo e per segno non avrebbe cambiato affatto la situazione: io ero in piedi distrutto accanto alla tua amica che piangeva e tu correvi via spinta in una barella bianca e logorata con un velo bianco e rosso calato sul tuo viso. Non ebbi il coraggio di dire niente e neanche avrei potuto fare niente per riportarti a me che era troppo tardi, ormai, era troppo tardi per tutto, per dirti le ultime parole, l'ultimo addio, il primo ed ultimo Ti amo, l'ultimo bacio. L'avrei fatto, se solo un nazista del pronto soccorso non mi avrebbe fermato e spinto di fuori con la violenza. In quella situazione conobbi i tuoi genitori. Uno era sdraiato vicino a te, l'altro ancora non aveva trovato le lacrime per capire seriamente cosa fosse successo. Potei rivederti solo il giorno dopo, in una sala allestita per contenere il tuo corpo sdraiato sopra le mie più grandi sofferenze. Avevi gli occhi chiusi e il vestito buono: i bei over size blu scuro e le Doctor's Martin e un maglioncino pesante marrone scuro con una striscia sottile rossa orizzontale, i capelli tirati all'indietro ed appoggiati sul velluto rosso. Mi avvicinai per darti l'estremo saluto e ti raccolsi come si raccoglie un magnifico fiore delicato di quasi diciassette anni. Il fiore più raro che avessi incontrato nella mia troppo lunga ed insensata vita. Ti lasciai una busta vicino al cuscino. Dentro c'era il mio amore, e non c'era solo in senso spirituale, quella busta davvero conteneva il mio amore vero, puro che aveva bisogno solo di te per essere tale. E dopo che tu, proprio tu tra tante persone te ne sei andata, non aveva più senso conservarlo per chissà chi altra. Mi abbassai a darti un bacio sulle labbra, e le trovai tremendamente gelide e addormentate per sempre. Ci fu stupore da parte di tutti a quei miei gesti, ma né i tuoi amici e né i tuoi parenti avrebbero mai potuto lontanamente immaginare ciò che noi eravamo dato che a mala pena noi due riuscivamo, con immenso stupore, a concepirlo.
Adesso io sono solo in mezzo a tanta gente, sono ubriaco fradicio di vino rosso e continuo a bere in nome del nostro amore e della nostra vittoria sulla vita e sulla morte. I miei amici mi hanno fatto questo per tirarmi su di morale. Loro conoscono i miei punti deboli e ci fanno leva in una maniera deliziosa e alcolica da armonizzare tutto. Sono qui adesso che ti penso e ad ogni sorsata respingo i conati di vomito, bevo e ti penso. Ti penso e ballo. Ballo e ti amo. Ti amo e ti amo. Presto ti verrò a trovare e ti assicurò che se il paradiso esiste, di sicuro è un immenso muretto di marmo dove noi due potremmo passare svariate eternità o ad abbracciarci o a chiacchierare o a baciarci senza preoccuparci di nulla se non di dimostrarci affetto e carezze tra di noi. Te loassicuro, dovessi dimenticarmi del tuo amore se non è così.